Una lettera di Francesco Onofri


Scritto da administrator | giovedì, 28 gennaio, 2016


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Nei giorni scorsi Francesco Onofri a titolo personale ha scritto una lettera al Giornale di Brescia dal titolo "Gli errori sulla stepchild", la riproponiamo.

Gentile direttore ho letto la lettera della deputata del Pd Miriam Cominelli a proposito della norma sulla cosiddetta «stepchild adoption» in discussione in Parlamento. L’onorevole Cominelli si preoccupa giustamente dei «problemi concreti» e dell’interesse del minore che «perda il padre o la madre naturale», e sostiene che la norma che intende votare impedirebbe la sottrazione del bambino ai suoi affetti, il suo ricovero in istituti, il suo affidamento a «sconosciuti».
Credo che la deputata parta da preoccupazioni molto giuste, ma arrivi a conclusioni sbagliate. Anzitutto sbaglia a chiedersi che cosa deve succedere a un bambino che «perde il padre o la madre naturale», perché invece occorre chiedersi che cosa gli accade quando «perde il padre e la madre naturali». Se l’altro genitore è ancora in vita, infatti, il convivente etero o omosessuale di quello defunto non può, non deve e normalmente nemmeno vuole sostituirvisi. Il caso che ci deve dunque preoccupare (un orfano di ambedue i genitori che abbia instaurato una relazione di affetto significativa con il convivente, anche omosessuale, dell’ultimo genitore superstite) è però già previsto dall’attuale legge sull’adozione senza bisogno di alcuna modifica. L’articolo 44, lett. a, Legge 184/83, consente infatti a tale convivente, definito «genitore sociale», di presentare un’istanza di adozione «particolare» dell’orfano, che il giudice minorile può accogliere purché il convivente abbia con lui un «rapporto stabile e duraturo», proprio come nel caso descritto dall’ onorevole Cominelli.
Beninteso, occorre che questo convivente presenti la domanda di adozione, perché non è obbligato a farlo e tanto per esser chiari presso la cancelleria del Tribunale dei minori di Brescia (da me interpellata), e cioè in metà Lombardia, non risulta presentata negli ultimi anni nessuna istanza di adozione da parte di qualsiasi tipo di convivente non parente di orfani totali. Comunque sia, se l’istanza del convivente è fondata, il bambino non è dichiarato adottabile da terzi ma gli è affidato. Se però ci sono parenti entro il quarto grado, come zii o nonni, idonei ad accudirlo, il giudice minorile decide tra le due alternative «nell'esclusivo interesse del minore» (articolo 11 della legge) a cui il legislatore ha quindi già pensato. E, comunque decida, l’orfano non è perciò strappato ai suoi affetti, né ricoverato in istituti, né concesso in affidamento o adozione a estranei.
Chiarito dunque che la lacuna normativa adombrata dall’onorevole Cominelli non c’è, l’estensione della «stepchild adoption» anche agli «uniti civilmente», oltre che al coniuge come già previsto dalla legge (articolo 44, lett. b), in base alle norme estese coprirebbe i casi oggi scoperti in cui sussistano tutte le seguenti particolari condizioni:
(1) l’unito civilmente, anche omosessuale, intende adottare il figlio del suo partner ancora in vita perché al minore manca per la sua crescita una seconda vera figura genitoriale;
(2) l’altro genitore biologico del bambino con responsabilità genitoriale presta il suo assenso, che però non serve se quel genitore è irreperibile;
(3) il Tribunale dei minori, svolta ogni indagine anche sulla famiglia del bambino, ritiene nel suo interesse di disporre l’adozione. Se però è così, allora la nuova ipotesi normativa anche per l’insistenza con cui è promossa, non giustificata da ciò che avviene ordinariamente quando un bambino perde un genitore – più che scritta per un suo bisogno, sembra davvero modellata «ex ante» sulle esigenze e sui requisiti del caso di un omosessuale maschio che prenda un utero in affitto per avere un figlio e far ottenere poi l’adozione al partner, e cioè: assenza della madre, superfluità del suo consenso all’adozione per irreperibilità, mancanza di un ambiente familiare alternativo del minore.
Perciò l’onorevole Cominelli non può definire «paranoiche» le preoccupazioni di chi ritiene che questa norma favorirebbe il terribile mercato dei corpi delle donne, con totale noncuranza dei bisogni dei bambini fatti nascere apposta senza mamma. Il fatto che tale pratica sia oggi utilizzata soprattutto da coppie di sesso diverso e che sia lecita solo all’estero non rende certo ammissibile promuoverla per legge, essendo evidente che per avere un «proprio» figlio due uomini devono per forza ricorrere a una maternità surrogata. Concludo: visto che Miriam Cominelli invita, in modo fuorviante, a guardare negli occhi i bambini strappati ai loro affetti che in verità nell’ipotesi da lei descritta neppure ci sono, io la invito invece a guardare negli occhi le donne davvero pagate per tenere nel loro grembo nove mesi un bambino nell’istante in cui, appena messo al mondo, devono darlo via come un pacco postale e orfano di mamma.
Sul sito della clinica ucraina Biotexcom, che senza finzioni sta all’indirizzo www. uteroinaffitto. com ed è in italiano perfetto, c’è un listino prezzi delle varie maternità surrogate (dai 29.900 euro del pacchetto «Economy», ai 49.900 euro della «Vip Surrogacy») e c’è una serie di «consigli» sui rapporti che i clienti devono o non devono instaurare con la madre surrogata «per non diventarne una vittima», oltre che sulle sofferenze psicofisiche cui la stessa va incontro, e persino la foto di un presepio per ammansire i dubbiosi con la rassicurante ma diabolica frase «Vivete lo spirito di Natale per tutto l’anno e tutti i vostri sogni si avvereranno».
E la invito infine a guardare negli occhi anche tutti quei bambini, il cui numero aumenterebbe se la norma che lei appoggia sciaguratamente passasse, che arrivati all’età della ragione si trovano davanti al «bisogno concreto» e profondissimo di chiedere ai loro due papà, che deliberatamente gliel’hanno negata: «Ma dov’è la mia mamma?».

Francesco Onofri

 


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