Telefonami tra vent'anni


Scritto da administrator | lunedì, 23 novembre, 2015


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Francesco Onofri interviene sull'affidamento in gestione a Brescia Musei del patrimonio culturale per 20 anni.

Forse per pareggiar le volte in cui gli tocca prender con gravità decisioni senza peso, venerdì notte il Comune di Brescia ha invece preso con levità una decisione grave. Nel senso di pesante, affidando per vent’anni alla Fondazione Brescia Musei la gestione della valorizzazione di tutto il patrimonio museale e archeologico della città, oltre al Castello. Con l’appendice del Nuovo Eden, inserito goffamente nell’elenco dei “musei” dall’articolo uno dell’accordo generale.
I motivi per prendersi una pausa di riflessione sarebbero stati invece molteplici.
Ne indico quattro.


PRIMO. Il periodo di carica del direttore della Fondazione, Luigi Di Corato, è ancora troppo breve per poterlo valutare e dargli carta bianca. All’attivo ha numeri in crescita di presenze di pubblico (pur con le gratuità estive e le aperture di Quarta cella e teatro romano che rendono non comparabili i dati), ma al passivo ha la débâcle di visitatori della pur notevole mostra su Brixia, Roma e le genti del Po, che spettava anche a lui promuovere e “vendere”.


SECONDO. Autorevoli voci in città chiedevano di far maturare la decisione in altri tempi e con altri modi, con più dibattito e più coinvolgimento. Si sappia invece che i due documenti chiave votati in consiglio - il piano strategico e l’accordo generale tra i due enti - sono stati scritti proprio dal direttore Di Corato, come ha segnalato Laura Gamba leggendo il nome dell’autore informatico nelle “proprietà” di uno dei due file (l’altro è a nome “Ada Cattaneo”, moglie del prof. Di Corato, ma ne è lui l’autore). E allora la domanda è d’obbligo: quale apporto degli uffici comunali, quale regia dell’assessorato c’è stata in questi due documenti che il consiglio - senza le minoranze, tutte contrarie - ha votato tali e quali?

TERZO. Ci sono forti dubbi di legittimità della soluzione, costruita con il Ministero ma inedita, che prevede, previa concessione in uso “individuale” senza canone di tutto il nostro patrimonio museale e del Castello (più Nuovo Eden), il suo affidamento ventennale in gestione alla Fondazione, senza gara e ovviamente a titolo oneroso per il Comune.
La legge però, come interpretata dal Consiglio di Stato, dall’ANAC e dalla prassi ci dice che in questo settore si deve fare la gara, a parte in caso di affidamento a un soggetto cosiddetto "in house", ma la nostra fondazione non lo è. E, comunque sia, non è stata scritta una riga di motivazione per dar conto della scelta di giocare “in casa” anziché “aprire il mercato della valorizzazione dei beni culturali alla concorrenza imprenditoriale, attraverso la valutazione comparativa in gara di più progetti di gestione, nell’ottica di innalzare il livello qualitativo dei servizi nel più ampio obiettivo strategico della valorizzazione dei beni museali” (parole dell’ANAC).
A chi ha paura della partecipazione dei privati nella valorizzazione dei beni culturali, ricordo che la prevede il codice dei beni culturali corretto l’ultima volta dal governo Prodi, che la “nostra” Fondazione avrebbe potuto partecipare alla gara, che il baluardo delle Soprintendenze non è aggirabile e che persino Giulia Maria Crespi (fonte “Il Foglio” di sabato 21.11.2015 e Dagospia  ) dice che, se lo Stato non ha un euro, questa è oggi l’unica strada alternativa all’abbandono e al degrado dei beni o alla loro insufficiente tutela (vedi il furto di Verona).
Dunque non sapremo mai se da qualche parte non ci sia magari un operatore – ovviamente scelto con un bando ben costruito, come hanno fatto molte città d’arte - in grado, ad esempio, di gestire e valorizzare il polo del castello in modo più efficiente, efficace ed economico. Mentre per vent’anni, dice il contratto, “è fatto divieto alla fondazione di affidare a terzi la gestione del patrimonio concesso”.
Sia chiaro: Fondazione Brescia Musei e il suo qualificato direttore sono nella forma – e si auspica anche nella sostanza - sotto il controllo del Comune. E al suo interno ci sono indubbie risorse e professionalità di alto livello, così come un direttivo e revisori competenti.


Ma, a parte la fragilità patrimoniale di Brescia Musei che vive solo grazie ai contributi comunali annuali sempre più incerti, ecco allora il QUARTO e decisivo motivo che consigliava di non aver fretta: nonostante si sia obbligata da qui al 2035 a elaborare e fornire anno per anno “programmi e progetti definiti, chiari e conseguibili”, tuttavia la Fondazione all’inizio del suo mandato ventennale non ci ha fatto vedere neppure un prototipo del suo prodotto, un saggio delle sue capacità di programmazione, un campioncino omaggio della merce. Prima di affidarle tutto per un ventennio, avremmo dovuto aspettare dunque contenuti progettuali determinati e un realistico piano economico finanziario, mentre ad oggi non c’è un’idea concreta, non un’opera - che ne so, i bagni pubblici e un ristorante in castello - e non un euro stanziato. Si dirà: se non si sa quanti soldi le darà ogni anno il Comune, come fa la Fondazione a programmare se di quei soldi vive? E forse questa è la domanda “vera”.
Viene allora da pensare che se fosse stata fatta una gara o anche solo adombrata l’ipotesi di farla, con un bando ben costruito, concorrenti agguerriti e fondi precisi già impegnati, la Fondazione si sarebbe industriata a proporci sin da subito qualcosa di più strutturato e più chiaro. Non è formalismo giuridico da legulei, come ha detto qualcuno dai banchi della maggioranza, liquidando la questione a tecnicismo da segretaria generale. È invece sostanza politica vera.
In compenso, negli accordi compare però, più volte, in solitudine, la parola “eventi”.
Sì, ma quali? Quelli di Goldin (impressionisti) o quelli di Giunti Editore (Chagall)? - e nessuno ha ancora capito quale sia la logica programmatoria del “no” al primo e del si” al secondo.
Un’antologica a tema sulle “ultime cene” nella pittura bresciana, i contesti teologici e le influenze dei grandi maestri nei secoli, o le festose e coinvolgenti “cene in bianco” nell’area del capitolium?
A noi di Piattaforma civica piacerebbero assai più gli eventi - cari anche al presidente Minini e che “con giudizio” possono pure convivere con gli altri - che hanno un qualche nesso con Brescia, con la nostra identità, con il nostro modo di essere e di esser stati, nella storia e nell’arte, in relazione con comunità e civiltà, vicine e lontane, in Italia e in Europa. Per scoprire chi siamo all’interno di una comunità più vasta, per sapere da dove veniamo e dove stiamo andando. Dal codice purpureo al Polittico Averoldi, dal faro del Vantini al carteggio tra Galileo e Benedetto Castelli, dal tesoro delle Sante Croci alle “trecce morbide” di Ermengarda nella letteratura e nella lirica, ci sono in città mille opere d’arte o vestigia che ci collegano al mondo e alla sua storia, disvelando un “logos” e un senso comunitario peculiare e unico, il nostro.
Nel bando, o per lo meno nel “piano strategico”, avrei chiesto di sviluppare e definire linee espositive su temi legati alla città e soprattutto alle sue relazioni nello spazio e nel tempo. È a questo che serve la politica culturale: serve, come direbbe Philippe Daverio, a fare “formazione permanente” per la città, a far dire al cittadino “ma io sono di Brescia”, “ma mé só dé Brèsa”, “civis brixiensis sum”, a dargli un motivo per cui sentirsi davvero parte di una comunità viva, e per sentirsi riconosciuto come tale. E lo sa il cielo quanto di questo senso comunitario ci sia bisogno oggi in città, prima e dopo Parigi, nei quartieri e ovunque, a partire dall’aula consiliare della Loggia. In un territorio in cui le aziende hanno da sempre una capacità formidabile di dialogare con il resto del mondo, la gestione politica comunale, invece, ne ha assai poca, pur avendone all’evidenza estremo e vitale bisogno. Urge dunque una sana e consapevole politica culturale, per salvare il “civis brixiensis” dallo smarrimento di sé e dall’omologazione diabolica.


A questo punto non ci resta che attendere che siano predisposte dalla Fondazione sceneggiatura e regia convincenti di questo film lungo vent’anni che sarà proiettato nel nostro bellissimo “cinema”, girato con la straordinaria scenografia della nostra città e prodotto con i soldi di tutti. Fino a quel giorno chiediamo però all’assessore alla cultura Laura Castelletti di non condire di retorica questa scelta. Non ci parli per favore di passaggi epocali dalla “conservazione” alla “valorizzazione” dei beni culturali della città (che non sono due tappe successive del percorso, ma due binari che corrono in parallelo). Non ci parli di “nuovi orizzonti del panorama culturale”, né di “piani capaci di garantire gestioni di lungo termine”. Almeno per scaramanzia, per adesso voli basso. Meglio ancora: stia coi piedi per terra. Le donne che volano son solo nei quadri sognanti di Chagall.


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