Tennis e politica


Scritto da admin | lunedì, 14 settembre, 2015


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Una riflessione di Francesco Onofri

Damn, these Italians do things with style, don’t they?”
Così titolava un pezzo di “Sports illustrated” sabato sera, dopo la memorabile e stupefacente finale tutta italiana del singolare femminile agli US Open di New York.
E ieri mi sono chiesto che cosa lo stile delle due straordinarie Flavia Pennetta e Roberta Vinci (“we love you all”) può insegnare - oltre che alle nostre giovani generazioni di atleti ed atlete che ogni giorno, come facevano le nostre due eroine vent’anni fa, prendono l’autobus per andare ad allenarsi in qualche buia palestra o nebbioso campo d’atletica se ce l’hanno - anche alla politica.
Domanda apparentemente fuori luogo, ma non del tutto, anche perché campione e campionessa significano proprio colui o colei che scende in campo e lotta per una causa e per una vittoria, proprio come in politica.
Ecco allora qualche spunto e attendo i vostri.


PRIMO: credere nei miracoli. A volte chi guarda alla politica pensa: non cambierà mai niente, ci vorrebbe un miracolo. Ecco l’italian style: siamo senz’altro un popolo deficitario nel quotidiano (Flavia e Roberta certamente no, come nessun atleta di quel livello potrebbe neppure immaginare), ma per i miracoli a volte abbiamo attitudine. Non smettere mai di “crederci”: quale migliore insegnamento per la politica arruffona, miope, che vola basso che più basso non si può e per chi vorrebbe impegnarsi per cambiarla?
 

SECONDO: Davide e Golia. Roberta Vinci batte Serena Williams con il suo tennis d’altri tempi, fatto di rovescio a una mano, colpi in “slice”, rapide discese a rete, angoli scolpiti, gioco sempre vario, intelligente e con poca forza muscolare ma quanto basta e dove serve, nessun “grunting” sguaiato. E con coraggio da vendere. Non è solo con la forza bruta che si costruisce una vittoria, dunque, ma sfruttando al meglio le proprie qualità e i propri talenti. Se avesse detto: “Non c’è niente da fare, che colpa ne ho io se questa qui tira pallate e mena come un fabbro”, sarebbe uscita in semifinale. Basta scuse, allora, politica della “crisi”. Tiriamo fuori i colpi migliori, con coraggio, perché non c’è avversario che tenga, nemmeno la crisi economica. E se persino Flavia Pennetta, nel giorno della sua ispirazione massima, nella conferenza stampa dopo la vittoria dice che lei a New York non ci abiterebbe perché preferisce la vita delle piccole città, abbiamo anche la conferma, cari concittadini e caro Sindaco, di quali sono le nostre ricchezze e le nostre armi vincenti per non diventare sempre più una città vivacchiante alla giornata, ma per essere invece una città che prende in mano il suo destino e diventa per tutti, e non solo per noi che già lo sappiamo, un bellissimo luogo in cui vivere e invitare a vivere.
 

TERZO: le priorità e il senso della vita. “Non mi pesano i duri allenamenti quotidiani, mi pesa la lotta agonistica del tennis dei tornei”, dice Flavia per spiegare le ragioni del suo ritiro. Ecco qui, che meraviglia: “Ho scoperto che il senso della mia vita è altrove; so di avere tanta forza in corpo da non patire le pesanti fatiche di ogni giorno, ma decido di prendere una strada nuova per impegnare tempo ed energie mentali e fisiche, che non dedicherò più a battere una rivale con racchetta e palline e per un trofeo sotto i riflettori del mondo, perché voglio combattere invece altre battaglie per un altro genere di trofei, oscuri per il grande pubblico, ma luminosi per me stessa e che oggi sono prioritari per la mia persona”. Inutile dire che lezione è questa per la politica ed è superfluo il parallelo con la nota frase “il politicante pensa alla prossima poltrona, il politico al bene delle future generazioni”, e con l’idea di una politica che smette di essere litigiosa e rissosa, per l’affermazione di sé o per incassare un applauso per l’astuzia di turno, ma sa scegliere le priorità, comprendere il senso della sua vocazione più alta e non esitare a seguirla.
 

ULTIMO MA NON ULTIMO: “cedere per avere”. Quando Flavia Pennetta - nella pienezza del suo tempo di tennista, un istante prima di alzare il trofeo su cui il suo nome resterà inciso in eterno accanto a quelli di Chris Evert, Martina Navratilova, Steffi Graf e Serena Williams - dice che ha deciso di lasciare il tennis con quella vittoria, che la sua decisione l’ha già presa e che non è cambiata nonostante quel trofeo, entra nella storia del tennis per sempre (guardatevi sul sito di ESPN il dibattito su questa decisione fra Mc Enroe, Chirs Evert e Pam Shriver e le loro facce sbigottite). Ma allo stesso tempo questa donna “esce dalla storia” e diventa una figura epica, elevandosi all’altezza di uno degli archetipi più sacri delle culture più antiche. Alla cultura indiana vedica, e ovviamente anche alla nostra cristiana, appartiene l’idea del “cedere per avere”. Il rito sacrificale, con cui si “cede” ciò che vale per “avere” qualcosa che vale di più, esaurisce l’esistenza e racchiude la sola verità possibile, rendendo chi lo compie indifferente ai fatti della storia e impermeabile al sentire comune quotidiano. “Non fare così, sono felice” esclama infatti Flavia all’attonita intervistatrice americana che non capisce il “senso” della decisione e che rimane senza parole. Ubaldo Scanagatta - uno dei più attenti commentatori del tennis mondiale con il suo blog ubitennis.com - valuta in 2/3 milioni di dollari la perdita economica cui Flavia Pennetta andrà incontro con il suo anticipato ritiro. Questo è il modo di ragionare del “mondo”, non quello di Flavia. E quando mai la politica ragiona così? Quando sacrifica potere e gloria e successo immediati per qualcosa di più alto?

Prendiamo appunti ragazzi, Flavia Pennetta ci sta dando una lezione.
Grazie Flavia, regina del tennis e campionessa nella vita.

Francesco Onofri
 

P.S. Se il presidente del consiglio Matteo Renzi, di cui peraltro non sono il massimo tifoso, non fosse andato a New York l’avrei preso metaforicamente "a pallate”, e lo avrei fatto anche con Berlusconi, se fosse toccato a lui.


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