Brescia all'Expo: luci e ombre


Scritto da admin | venerdì, 5 giugno, 2015


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Francesco Onofri ha visitato l'Expo, ecco le sue riflessioni

Ieri in occasione della prima delle giornate bresciane all’Expo una delegazione di consiglieri e assessori del Comune e della Provincia, con rispettivamente Sindaco e Presidente a guidarli, ha partecipato e visitato la grande esposizione universale milanese.
Che cosa restituisce e consegna la prima delle sei giornate bresciane all’Expo?
Che cosa rimane di questa visita?
Luci e ombre, con diversi livelli di lettura.

“Pappa da mangiare”. Rimaniamo nel tema della metafora alimentare e diciamo: se il Sindaco Del Bono declama l’internazionalità di Brescia in una sala che al 95% ospita solo bresciani che si complimentano l’un l’altro (lo abbiamo notato in molti, lo ha scritto bene oggi Massimo Tedeschi sul Corsera), allora vuol dire ne dobbiamo mangiare ancora di pappa prima di diventare “grandi” e internazionali per davvero. Per essere snodo cruciale di una rete, per essere “hub” del pensiero, delle decisioni e delle attività, non basta che le nostre imprese abbiano già oggi grandi vocazioni all’export ed esternalizzazioni nel mondo: mancano alla nostra città capacità attrattiva, infrastrutture di relazione, reti tecnologiche, incubatori di attività, ricerca di finanziamenti europei per progetti dinamici che attirino sempre più intelligenze feconde e coraggiose e chi le sostiene per raccoglierne i frutti. Manca anche solo il sostegno e lo stimolo all’università perché faccia meglio il mestiere aperto al mondo che sta scritto nel suo stesso nome.

“Orgoglio Brescia”: certamente è prestigiosissimo ed esemplare il risultato della realizzazione, in gran parte targata Brescia, dell’albero della vita. Questo grande simbolo dell’Expo che rappresenta la prova che unendo le forze le proverbiali doti bresciane dell’intelligenza pratica, della tenacia e della laboriosità possono farci crescere, soprattutto come comunità. Ma uguale se non maggiore orgoglio dobbiamo provare per i progetti bresciani di cooperazione internazionale nei paesi in via di sviluppo, presentati nel pomeriggio di ieri all’Auditorium del Padiglione Italia, non proprio pienissimo. Quella è davvero una delle “luci” di dimensione internazionale della generosità organizzata e lungimirante dei bresciani, figlia della secolare tradizione di carità in città. Tanto più meritoria quanto meno appariscente, e non per questo da tenere nascosta “sotto il moggio”, ma da mettere sul lucerniere.

“Le mani sul tavolo”: in più padiglioni (come quelli della Santa sede o della Spagna) è stato sviluppato il tema della tavola, anche interattiva, con mani che ci lavorano. E porta a dire che tutte le carte devono essere sul tavolo, visibili, trasparenti. Senza una diffusione capillare della legalità e della rettitudine dei comportamenti - anche quotidiani - individuali e collettivi, l’aumento degli ordinativi e la crescita del paese che il presidente degli industriali Bonometti attende per sancire la vittoria della sfida di Expo non potranno esserci davvero. Perché gli investitori stranieri scappano se vedono che la giustizia italiana non funziona, se ha tempi lunghi e se negli appalti pubblici italici c’è ancora troppo malaffare. Con un’Expo e una capitale del paese che la ospita dall’immagine intorbidita non stiamo trasmettendo segnali di novità su questo fronte.

“Responsabilità interconnessa”: questo il messaggio forte dell’Expo per la politica. Pur se sgualcito da parole altisonanti sempre troppo sfrontatamente all’avanguardia rispetto ai fatti, emerge con forza il comandamento della concordia. Che vuol dire “vietato disertare” e vuol dire necessario coinvolgimento di ciascuno ad operare dentro e per la propria comunità. Dalla lotta alla fame nel mondo, al cambiamento del modo di essere dei poteri politici ed economici, dal salvataggio dalla “de-creazione” dell’umanità violata e del pianeta sotto assedio, alla costruzione di una città più giusta e vivibile: occorre fare dei nostri “padiglioni identitari”, domestici e nazionali, il punto fermo per sapere chi si è. E per uscire però un attimo dopo dal proprio io e unire le forze.

Sarà retorico, ma non c’è altra via.


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