Rischio radicalizzazione in carcere, o fuori?


Scritto da administrator | domenica, 23 aprile, 2017


Vota Articolo:
0 Voti



Alcune puntualizzazioni sulla relazione annuale del Garante dei Detenuti

Ci ha fatto un po’ sorridere il comunicato stampa di Radio Onda D’urto perché definisce Francesco Onofri il capogruppo di Forza Italia. Sanno qualcosa che noi non sappiamo?
Ma quello che amareggia di più è la definizione di “portavoce della paura ingiustificata”, riprendendo le notizie della Commissione Servizi alla Persona svoltasi il 12 aprile dalla stampa cittadina, che non rende giustizia alla posizione del capogruppo di Piattaforma Civica, Francesco Onofri.
Materia del contendere tra Onofri e la Garante dei detenuti, Dott.sa Ravagnani, secondo i nostri benemeriti quotidiani locali sarebbe il rischio radicalizzazione in carcere dei detenuti musulmani. Per la Garante minimo, secondo Onofri da non sottovalutare invece.
Premesso che la stampa cittadina non ha riportato notizia dell’incontro (rieducativo?) cui la Dott.sa Ravagnani ha sottoposto qualche mese fa le minoranze, dalle cui idee sul carcere ha detto di sentirsi “lontana”, vorremmo ricordare non solo qual è la, peraltro ben nota, posizione di Piattaforma sul carcere di Brescia, ma anche che la stessa Garante aveva allegato alla relazione dello scorso anno le conclusioni del Tavolo tecnico n. 7 – Stranieri ed esecuzione penale, della quale la stessa Luisa Ravagnani aveva fatto parte, e che recitavano: “Il Tavolo 7 ha inoltre affrontato il problema della radicalizzazione in carcere. (...). Barriere culturali e linguistiche, assenza di legami con la famiglia e con il mondo esterno al carcere, ostacoli ad usufruire concretamente di benefici previsti dalla Legge, difficoltà ad immaginare un proprio futuro di reinserimento nella società una volta scontata la pena, sono tutti fattori destinati a produrre quel sentimento di esclusione che – come insegna l’esperienza francese – può alimentare le spinte verso derive terroristiche. La voce dei volontari del carcere è, sul punto, assolutamente chiara: i detenuti stranieri che svolgono scarse attività trattamentali, non sono ammessi a misure extramurarie, sono scarsamente sostenuti da mediatori culturali, assistenti sociali ed educatori, sono i più esposti al rischio di tali derive. Il principale argomento per fronteggiare l’estremizzazione dei comportamenti e la radicalizzazione ideologica è stemperare il senso di isolamento ed emarginazione che questi detenuti avvertono”.
“Il citato monitoraggio dell’ottobre 2015 ha evidenziato l’esigua partecipazione della comunità esterna all’opera di rieducazione di tali ristretti.
Tale situazione ha concorso a far si che la figura di imam sia rivestita da detenuti, che spesso non hanno un’adeguata preparazione e a volte strumentalizzano la fede per ottenere interessi personali, per imporre pensieri estremisti o per creare disordini all’interno degli istituti di pena.
In effetti, lo stato psicologico dello straniero - che, spesso giovane e disorientato, entra in carcere e deve capire i motivi dell’arresto e il percorso giudiziario che lo attende, incontra difficoltà nei colloqui con medici e psicologi, senza l’ausilio di traduttori o mediatori culturali - rende la detenzione della popolazione straniera, in particolare quella proveniente dall’Africa, assai complessa. In tale quadro, i detenuti musulmani sembrano incontrare in carcere la replica esasperata della loro condizione di immigrati, che incontrano in Europa stili di vita e riferimenti culturali diversi da quelli in cui sono cresciuti.
E’ così che la religione rischia di diventare, per il musulmano, uno strumento di affermazione identitaria, come la storia degli ultimi vent’anni ci dimostra essere avvenuto nella vicina Francia.”
Quest’anno, invece, la dott.sa Ravagnani ha detto che lei non condivide l’opinione di altri suoi colleghi studiosi e ritiene che il radicalismo islamico in carcere non produca terrorismo in misura superiore di quanto non avvenga in qualsiasi altro ambiente sociale.
E che questo è quello che lei fortunatamente riscontra a Brescia.
E ha utilizzato come argomentazione - poco rispettosa della Commissione essendo cose che sanno anche i bambini delle nostre scuole- e cioè che non tutti i musulmani sono terroristi, che neppure tutti i radicalisti islamici lo sono.
Siccome Onofri ricordava invece di aver letto del problema della radicalizzazione islamica in carcere connessa al terrorismo affrontato dal ministro Orlando (e anche da Gentiloni) e siccome ricordava che nella relazione dell’anno scorso della dott.ssa Ravagnani si leggevano ben altre cose, ha controbattuto alla Garante dicendole che era rasserenato dalla sua percezione di assenza di rischi su Brescia, che comunque per sua fortuna non era sua competenza occuparsi di prevenzione del terrorismo, e che in ogni caso gli sarebbe spiaciuto che la sua funzione e il suo ruolo diventassero il terreno di una contrapposizione accademica in cui lei volesse affermare un pregiudizio opposto rispetto a quello di chi vede terroristi ovunque ci sia un islamico.
Se è vero e pacifico che la radicalizzazione islamica (che nelle carceri italiane è un fatto assodato, e neppure lei lo ha negato) non equivale certo a terrorismo, tuttavia in casi non isolati ne è certamente l’anticamera– come peraltro scritto nella sua stessa relazione dell’anno scorso – per cui occorre comunque essere prudenti nell’affrontare il tema.
Onofri ha concluso dicendo che le cronache quotidiane ci consegnano un mondo in cui il terrorismo è sostanzialmente islamico, mercenario o fanatico che sia, per replicare in realtà a un precedente estemporaneo cenno della Garante alle radicalizzazioni delle altre religioni.
Questo scriviamo non per cavalcare politicamente la divisione del mondo in buoni e cattivi, cosa che non appartiene né allo stile personale di Francesco Onofri, né a quello di Piattaforma Civica, e neppure per contestare il lavoro prezioso della Garante in carcere per il quale il nostro consigliere l'ha comunque e pubblicamente ringraziata, ma per onestà intellettuale nei confronti di chi ci ha sempre seguito.

La redazione

 


Commenti